Nel corso della sua carriera – agonistica prima, di educatore e allenatore poi – Renato Albonico ha sempre osservato tre concetti: umiltà, serietà, curiosità. Per coloro che non lo conoscono, per ovvi motivi legati alla giovane età, o perché non tifosi accaniti o appassionati della storia del basket made in Italy, ricordiamo che è stato un apprezzatissimo playmaker degli anni ’70 e primi ’80, con una lunga permanenza, tra gli altri, nelle fila della Virtus Bologna.
Chi è Renato Albonico, da sempre uomo di basket? Come ti definiresti usando tre aggettivi con la naturalezza che ti è solita?
“Curioso, perché la curiosità è quella che mi ha fatto sviluppare le doti che probabilmente già possedevo e che per fortuna sono state indirizzate al basket. Il fatto di essere curioso e di vedere ciò che mi succedeva attorno mi ha sicuramente agevolato. Regolare: visto che sono stato un playmaker, la regolarità nel gioco è uno dei requisiti che connotano questo ruolo. Sono regolare diciamo nella vita e penso quindi di esserlo stato anche come giocatore. Tra le varie qualità che generalmente devono avere gli atleti, a qualunque sport appartengano, c’è anche questa. Certe squadre hanno bisogno di più regolarità, altre invece di picchi. Per vincere Campionati che non ho mai vinto, bisogna avere forse delle doti assolute. Con me si arrivava terzi, si vinceva la Coppa Italia. Però ero quello che durante l’arco dell’anno assicurava la continuità nel gioco e questo mi veniva riconosciuto”.
Quando e come ti sei avvicinato a questo sport?
“Credo di avere avuto tante fortune nella vita, ma la prima ritengo sia stata nascere a Venezia. Molto vicino alla Parrocchia della Madonna dell’Orto. Venezia è divisa in sestieri, in sei quartieri. Il mio si chiama Cannaregio e la numerazione è progressiva, sicché ad un veneziano o ad un cannaregioto come me quando gli si chiede ‘dove abiti?’ – ‘Cannaregio 3505’ – non si sa bene dov’è. Ecco allora che si aggiunge il nome della parrocchia: Cannaregio 3505, Parrocchia della Madonna dell’Orto, che è la chiesa principale e tutti sanno pressappoco dove si trova. La peculiarità della mia città d’origine, al di là della sua fama nel mondo, è che è stata – ed è tuttora – una città di basket. Quasi tutti i giocatori, gli allenatori e i dirigenti fuoriescono dalla mia Parrocchia che comprende credo 5000 abitanti. Perlomeno la metà dei giocatori e più della metà degli arbitri. Perché c’è un campo all’aperto di questo patronato dove andavamo fin da bambini. Si arrivava alle 15.00 e se era libero il calcetto si giocava a calcetto, altrimenti a ping pong e a basket. Il campo principale si chiama Misericordia, dal nome dell’omonima Fondamenta, ed è una delle ultime opere dell’architetto Sansovino: si tratta infatti di una basilica molto alta dove si faceva basket al secondo piano e il campetto all’aperto era frequentato già all’epoca da cestisti famosi. Quindi noi da bambini restavamo a bocca aperta nel vedere allenarsi lì campioni che giocavano in nazionale, come Toni Vianello o altri . Siamo alla fine degli anni ‘50-inizio ‘60. Avevo 12-13 anni. Stavo lì dalle 15.00 alle 19.00, tanto per rendere l’idea di quanto la pallacanestro mi appassionasse”.
Un piccolo excursus del tuo percorso cestistico.
“Ho cominciato nelle Giovanili della Costantino Reyer, un gruppo di Associazioni sportive che comprende molte discipline. La sede era questo posto incredibile della basilica del Sansovino, che non è mai stata terminata. È rimasta per un paio di secoli quasi abbandonato per essere poi assegnata a questa Società. Al primo piano c’erano il pugilato e la lotta libera, mentre al secondo la pallacanestro e la lotta greco romana. Da bambino ero già abbastanza bravo, per cui quando mi sono presentato a giocare, a 13-14 anni, sono stato preso e lì ho giocato per due anni. All’epoca c’erano due anni di Allievi e due di Juniores. La Società è tuttora molto famosa, gioca in Serie A. Nell’ultimo anno delle Giovanili ero il decimo della prima squadra, ho fatto lì un altro Campionato per poi trasferirmi a Milano dato che mi ero iscritto all’Isef, dove sono entrato a far parte della squadra che si chiamava All’Onestà. In quel periodo c’erano, come a Bologna la Virtus e la Fortitudo, due squadre: Simmenthal e All’Onestà. Che era tutt’altro che una seconda squadra, perché in Campionato arrivavamo terzi. In tre anni di questa permanenza milanese, mi pare, ci siamo classificati una volta terzi, l’altra quarti. Era una fior di squadra. Ho fatto lì 3 Campionati e in seguito sono venuto a Bologna, dove ne ho fatti altri 5 di Serie A e 2 a Forlì. In totale 12 Campionati. Sono stato per così dire l’ultimo dei dilettanti: siamo alla fine degli anni ’70 e si parlava già nel basket di professionismo puro, due allenamenti al giorno, ecc. Io invece ho sempre voluto fare l’insegnante di educazione fisica, per cui non potevo più continuare, soprattutto perché le richieste che avevo erano per giocare fuori Bologna. Non volevo fare il nomade in giro per l’Italia: non mi consideravo infatti un professionista. Ho pertanto giocato a Imola in Serie B e ho smesso a 36 anni, nella stagione agonistica 1982/83”.
Con quali campioni hai giocato in squadra e quali invece hai sfidato sui campi di tutta Italia?
“Non ricordo con esattezza se l’incontro è avvenuto a Bologna, durante un ritrovo della nazionale giovanile o di una nazionale sperimentale. Giocavo ancora a Venezia. C’era una finale di Coppa Europa vinta dal Simmenthal, che era già una formazione fortissima, ma in quell’occasione batté per la prima volta una squadra russa. La famosa Armata Rossa. Erano anni in cui c’era ancora una divisione netta: loro erano già professionisti. Il loro allenatore era un colonnello dell’Armata Rossa e tutta la rappresentativa faceva parte dell’Esercito. Era una squadra formidabile e il Simmenthal Milano riuscì a batterla, prima di tutto perché era una formazione molto ben strutturata ma anche perché aveva preso un secondo americano, Bill Bradley, che ha avuto una grande carriera nell’NBA e una carriera politica notevole, tanto da aver perso, per usare un termine sportivo, le ‘semifinali’ presidenziali americane come candidato repubblicano contro Bush padre. Ed è stato il primo giocatore americano in Italia: era venuto nel nostro Paese perché era stato giudicato il miglior studente sportivo negli Stati Uniti. L’altro campione è stato Tom McMillen, pure lui diventato successivamente un politico, un congress man. Bradley è stato un giocatore eccezionale ed è merito suo, almeno per la metà, se il Simmenthal dell’epoca ha vinto contro i russi. Noi lo guardavamo con ammirazione e siccome arrivava sempre prima dell’inizio degli allenamenti e si fermava dopo, io e Giulio Iellini – il mio ‘fratello di basket’, più bravo di me, giocava nel Simmenthal – abbiamo avuto modo di conoscerlo facendo delle partitelle insieme, 2 contro 2, 3 contro 3. Gli chiedevamo delle informazioni tecniche, su come faceva ad esempio l’arresto tiro, su cose che non capivamo e allora lui ce le spiegava. Poi il secondo campione è stato ancora più importante dal punto di vista cestistico: Lew Alcindor, che è diventato Kareem Abdul-Jabbar, uno dei più grandi giocatori di sempre. Anche in quell’occasione si è trattato di un colpo di fortuna. Giocavo a Milano e avevo un allenatore americano, Richard Percudani, di lontane origini italiane, era stato l’allenatore di High School di Jabbar. Era stato il miglior prospetto che veniva fuori dall’UCLA, la celebre università californiana e aveva già un contratto in mano per i professionisti, i Milwaukee Bucks. Nel mesetto di tempo che aveva era venuto in Italia appositamente per incontrare il suo vecchio allenatore. Siccome noi ci stavamo allenando per i Tornei estivi – 1968/69 – e lui non poteva giocare con noi, né indossare una maglia sponsorizzata, ha fatto gruppo di allenamenti con noi. Aveva un’abilità e un’agilità incredibili per uno della sua altezza. E infatti ha avuto una carriera straordinaria. Per quanto riguarda i grandi campioni italiani, mi piace citare, oltre a Dino Meneghin, con il quale ho giocato sempre contro e mai insieme, Gianni Bertolotti con cui ho giocato in squadra a Milano e i 5 anni di Bologna. Lui è più giovane di me ed è cresciuto in maniera esponenziale fino a diventare a mio avviso il miglior giocatore italiano della fine degli anni ’70. Per concludere, Tom McMillen, nel 1974/75, come Bill Bradley 10 anni prima, ha vinto il premio come miglior studente. Studiava a Oxford e il giovedì arrivava da noi, faceva due allenamenti, la partita e poi se ne ripartiva per Oxford, come se niente fosse! Anche lui di una levatura tecnica superiore, ha fatto carriera nell’NBA e a livello politico è legato con la famiglia Kennedy. È stato governatore del Maryland e senatore degli Stati Uniti. Per cui il sottoscritto e altri 10 possiamo dire di aver avuto l’onore di giocare con lui”.
Chi è stato invece il giocatore che più di altri ha rappresentato una sorta di “guida spirituale”, a cui ti sei ispirato anche solo in certe occasioni?
“Un italo-americano, Tony Gennari. All’epoca era permesso avere un solo straniero per squadra, però a volte venivano ammessi degli oriundi. E lui era passato per oriundo. La legislazione sportiva era un po’ fumosa e fu sollevato per lui un caso. Se non ricordo male, giocava nell’Ignis. In una finale di Campionato, Simmenthal contro Ignis, non l’avevano messo in campo appunto perché la legislazione sportiva del tempo non era molto chiara a riguardo. Poi, verso il finale di partita, hanno rischiato il tutto per tutto mettendo in campo il secondo americano e la partita l’hanno vinta, però dopo l’hanno persa a tavolino per irregolarità. Dopo lui passò All’Onestà ed è il motivo per cui arrivavamo terzi o quarti in Campionato, giocavamo infatti con un doppio americano. Era un playmaker pure lui e gli devo molto per tante cose: mi ha insegnato a giocare nel mio ruolo. Soprattutto perché io, giovane ventenne, avevo davanti a me uno dei migliori giocatori dl Campionato. Era una guardia a fine carriera: doveva giocare 39 minuti e 1 minuto io. Invece lui aveva bisogno di riposo e allora io, pur a quell’età, avevo 12, 13 minuti di media a partita. Che per un ventenne, in una squadra d’elite, è stato davvero oro che cola! Tant’è vero che quando sono approdato a Bologna a 23, 24 anni avevo la squadra in mano. Ero il playmaker titolare, qualifica dovuta appunto alla scuola che mi aveva fatto Tony Gennari”
La tua o le tue “partite del secolo”. Quelle che ricordi più di tutte le altre e perché.
“Sono tre e da ognuna di queste ho imparato una cosa fondamentale. La prima è stata nel 1971/72 a Pesaro, in un campo difficilissimo. Non c’era ancora il parquet. La palestra era grande ma buia, il pubblico terribile. Se si vinceva si rischiava l’invasione di campo ogni volta. Ho fatto 33 punti, che per uno del mio ruolo era una cosa fuori dalla norma. Perché ho detto che ho imparato qualcosa? Ho fatto 33 punti perché mancava John Fultz, che era il nostro marcatore principale e Bertolotti che era il miglior realizzatore italiano. Mi sono dovuto trasformare da playmaker a tiratore e a realizzatore. Ho fatto una partita che ancora adesso ricordo. I tifosi di Pesaro mi gridavano, lo rammento con grande gioia, ‘Albonico viene a Pesaro!’… però abbiamo perso, e di 20 punti. La lezione che ho imparato lì è stata che l’individualismo conta poco, se non addirittura nulla. Uno sport di squadra come il basket è molto complesso e quando ti capita una cosa del genere capisci che da soli non si può fare nulla. La prestazione di quella partita non è servita: abbiamo perso e anche di parecchio. La seconda è stata l’anno dopo, l’ultima partita di Campionato. L’unica volta in cui ho avuto una standing ovation del pubblico per aver fatto un percorso netto. Era una partita contro il Petrarca Padova, loro erano tra gli ultimi in classifica, noi Virtus quarti o quinti. Ho realizzato 20 punti e ho fatto, credo, 6 su 6 nei personali, 4 su 4 da sotto, 3 su 3 da fuori, due rimbalzi di difesa, uno in attacco. Tutto in positivo, non ho sbagliato nulla. Ed è stata l’unica volta nella mia carriera che l’allenatore – generalmente queste cose si fanno con i grandi marcatori – mi ha levato un minuto prima della fine della partita. Questo mi è servito nel considerare la mia prestazione e nel vedere che ciò che ho fatto, l’ho fatto, in primis, perché la partita contava poco, ero quindi assolutamente scarico e tranquillo. C’era un’enorme differenza dal giocare partite con grandissima tensione nervosa. E poi la scelta di tiro: essendo una partita in cui si doveva rischiare poco, contro una squadra che difendeva poco, ho visto che le prestazioni buone derivavano soprattutto dalla buona scelta di tiro. Se tiravo solamente quando avevo buone possibilità di farlo, avevo maggiore successo che non tirare spesso, come capitava ad altri miei compagni. Anche quella è stata una grande lezione che ho imparato, ovvero l’approccio alla partita. Se invece di essere stata l’ultima partita di Campionato fosse stata la seconda o la terza, probabilmente la tensione nervosa non mi avrebbe portato a un risultato del genere. Mi ha fatto quindi fare un passo in avanti. La terza, sempre in Virtus, una partita proprio contro Venezia, dove fuori casa ho totalizzato 18 punti il primo tempo, con l’allenatore della squadra avversaria, Tonino Zorzi, che aveva fatto cambiare tutti i marcatori, ma veramente quel giorno facevo canestro sempre. E lì ho imparato ad essere modesto, perché nel secondo tempo ho fatto solo 2 punti perché Zorzi, che non sapeva più come fermarmi, mi ha fatto marcare da un americano alto 2,08 metri, e io, pensando di ‘andare a nozze’, non ho visto invece palla! Ho imparato quindi un po’ di modestia: avevo giocato talmente male nel secondo tempo che Dan Peterson, che era il mio allenatore, mi ha dovuto persino levare. A volte si fanno dei voli pindarici che poi alla fine sono tutti da vedere”.
Quante volte hai indossato la maglia azzurra?
“Devo fare una doverosa distinzione a riguardo, tra convocazioni e partite giocate. Sono stato convocato in tutte le nazionali, da quelle Juniores, passando per la B sperimentale, militare e la Serie A. Però in nazionale A non ho mai giocato perché studiavo tutto l’anno all’Isef. C’era l’obbligo di frequenza. Giocavo All’Onestà Milano e in più tutti i giorni andavo all’Università. Studiavo, davo gli esami correttamente, ma mi convocano quando dovevo darne uno. Allora la prima volta ho rinunciato con una giustificazione che a me sembrava logica ma a loro no. La seconda volta che mi hanno convocato e non ho partecipato mi sono visto recapitare a casa un diploma con una medaglia di bronzo al valore atletico, che era come dirmi ‘basta, tu hai rotto le scatole, per cui…’. In tutte le altre nazionali ho fatto invece tutto il mio iter. Sono rientrato perché nel 1975/76 ho fatto un Campionato talmente bello che di default mi hanno chiamato a far parte del gruppo di giocatori di interesse nazionale. E lì era ancora peggio perché già insegnavo”.
Il miglior allenatore italiano di tutti i tempi a tuo avviso chi è stato e chi ne è l’erede attualmente? Se è possibile fare dei paragoni.
“Sicuramente Ettore Messina. Di gran lunga l’allenatore più vincente, a tal punto che allena in NBA. Se poi uno deve pensare a livello personale, è tutto un altro discorso. Bisogna vedere gli allenatori che più ti hanno insegnato, quelli con cui sei andato maggiormente d’accordo. Ci sono quelli morbidi, ci sono quelli più duri. Ho avuto entrambi. Credo comunque che molto dipenda dalla psicologia dei giocatori. Ci sono atleti che necessitano assolutamente di allenatori col ‘bastone’ e altri come me che sotto pressione non rendono. Ho sempre giocato per piacere. Non nego che sono stato ovviamente pagato, ero un professionista anche se all’epoca, come accennato, le cose erano completamente diverse. Non avrei mai potuto giocare se non mi fossi divertito. Forse quello da cui ho ricevuto l’insegnamento più grande è quello delle Giovanili, Gigi Marsico. Dal punto di vista tecnico mi ha insegnato pochissimo, però mi ha insegnato come dovevo comportarmi: da come mi dovevo vestire durante l’allenamento a come mi dovevo allacciare le scarpe. A come dovevo stare in panchina. Senza questo sarei stato un giocatore completamente diverso. Mi ha insegnato quello che dovevo fare”.
Esiste uno “stile Albonico”? Come ti chiamavano i tuoi compagni di squadra e la stampa di settore?
“Non esiste uno stile Albonico. Posso dire di aver visto dei giocatori, di aver avuto la modestia di chiedere loro perché facevano determinate cose, di aver avuto la costanza di provarle e la curiosità di andarli a cercare. Tutto ciò che ho fatto l’ho mutuato da altri, non ho inventato nulla. Mi riconosco però la capacità di riconoscere in quelli più bravi di me qualcuno da seguire, da cui imparare. Il nomignolo… qui a Bologna mi chiamavano ‘il prof.’ perché insegnavo nella scuola pubblica e perché nel mio ruolo di playmaker avevo una visione di gioco superiore agli altri e dicevo in campo quello che l’allenatore diceva fuori. Il buffo era che a Milano l’allenatore americano mi chiamava ‘Chip’, che significa tante cose, tra cui ‘scheggia’ perché in preparazione quando mi ha misurato sui 100 metri ho fatto 10” e 8’. Molti ancora quando vado a Milano mi chiamano così. Il fatto curioso è che In dialetto veneziano mi chiamavano ‘sgianso’, che vuol dire ‘schizzo’”.
Quando hai smesso di giocare quale percorso professionale hai seguito?
“Ho insegnato educazione fisica per 35 anni fintanto che non sono andato in pensione pochi anni fa. Però, come capita a quasi tutti i giocatori, è talmente bello giocare a basket – e il mondo del basket – che ho provato anche io a fare l’allenatore. Naturalmente non esiste un’equazione tra bravura di un giocatore e quella di allenatore. Quindi mi sono proposto – l’anno dopo il mio abbandono dal professionismo – come allenatore di una squadra di promozione, che praticamente è quasi l’ultima delle Serie e con grande soddisfazione ho avuto tre promozioni con squadre diverse fino ad arrivare alla B. Da lì sono tornato indietro e ho allenato squadre giovanili per una decina d’anni. Il mio esordio è stato con una formazione di San Giovanni in Persiceto con cui il primo anno siamo arrivati primi a pari merito con Molinella e abbiamo perso lo scontro diretto. Il secondo anno invece siamo andati su dalla promozione alla Serie D. L’anno dopo siamo stati promossi in C e poi in seguito ho preso una squadra un tantino più di livello, Castel San Pietro, e lì siamo stati promossi dalla C alla B. A metà degli anni ’80 già si arrivava in Serie B quasi al semiprofessionismo e non potevo più permettermelo per svariati motivi. E dopo aver avuto un incidente stradale ho dovuto abbandonare del tutto. Quando cioè non ho più potuto dimostrare quello che volevo insegnare ho smesso. Non credo di essere capace di spiegare e basta, senza farlo vedere nella pratica. La mia più grande soddisfazione in qualità di allenatore è stata quando sono stato chiamato a vedere un torneo estivo in cui giocavano alcuni dei ragazzi che avevo allenato. Nessuno di loro era diventato bravo, al massimo Serie D, ma tutti continuano a giocare. Anche adesso che sono diventati papà. Tuttora mi chiamano per dirmi sai che ci troviamo ancora per giocare?’. Ho avuto la soddisfazione di aver fatto amare il basket, anche se forse ho fatto veramente poca fatica perché è veramente bello”.
Come racchiuderesti in una frase la tua vita “nel” e “per” il basket?
“In parte ho già risposto nel corso di questa nostra chiacchierata. La mia vita è cominciata con il basket, su quel campetto del mio sestiere a Venezia. Tuttora continua nel basket. Con l’Associazione Pensare Basket. Ad esempio, con progetti nella scuola. Uno di questi è stato suggerito da una nostra affiliata, che fa la volontaria nelle carceri. Un progetto di allenamento nelle carceri che hanno affidato a me. Devo citare con me a riguardo Augusto Binelli, Vincenzo Di Tacca, Lorenzo Canciani, Mario Nanetti e Aldo Tommasini. Eravamo in sei e quando la cosa ha cominciato a girare andavamo tre volte la settimana al carcere della Dozza, a coppie. Inizialmente eravamo in due, tre quindi facevamo molto di più, dopo ne ho trovati sei e a coppie ognuno di noi aveva una mattinata la settimana per seguire questo progetto sociale. Dopo un po’ il fatto sportivo veniva tralasciato per quello sociale. Sappiamo benissimo come la palla, dopo il fuoco e la ruota, sia stata l’invenzione più bella del mondo, perché passarsela ha un significato incredibile. In quel contesto, vedere quelle persone – tossicodipendenti, spacciatori, rapinatori – con la braga ginnica passarsi la palla per diventare non dico amici ma rispettarsi di più, ha rappresentato qualcosa di difficilmente spiegabile. Ci hanno chiesto se potevamo continuare svolgere quel ruolo perché secondo loro da quando avevamo cominciato, da quando c’era questa unione a livello di squadra si era molto ridotta l’aggressività anche dopo. Eravamo in due non perché considerassimo la cosa pericolosa, ma perché uno allenava, o allenava per modo di dire dato che alcuni non sapevano neppure da che parte cominciare, e un altro faceva un po’ il prete confessore perché così ci vedevano. Dopo due, tre volte che constatavano che non volevamo sapere da loro cosa avevano fatto, che li consideravamo uguali, erano talmente incuriositi… Io so delle cose che non hanno detto né al loro avvocato né alla loro famiglia, avevano bisogno di farsi ascoltare, di qualcuno che veniva lì proprio per loro. Questa esperienza è durata due anni, poi purtroppo io ho avuto l’incidente e ho dovuto rinunciare. Una volta abbandonato io la cosa è venuta a cadere. Due anni fa il Coni mi ha chiesto di fare da coordinatore di questi progetti in ambito sociale. Per cui ho organizzato un incontro non solo di basket ma di alcune Federazioni: hanno risposto quelle di atletica leggera e della pallavolo. Io ho fatto solo l’organizzatore iniziale e spero ora possano andare avanti da soli”.
La tua esperienza nel sociale sta continuando però…
“Con grande orgoglio personale e di tutti quelli della mia generazione, quando ci sono delle raccolte fondi per l’ANT, per l’AIRC, per l’AGEOP ci chiamano perché abbiamo fatto degli incontri per beneficenza. L’ultimo proprio per l’AIRC, quando si tiene l’iniziativa ‘Le arance della salute’: ho coordinato quest’anno tutti i vecchi giocatori della mia epoca e ci siamo messi una domenica in Piazza Ravegnana a Bologna a vendere le arance. Tra la gente che passava e la gente che ci conosceva: io sono piccolo ma c’erano gli amici di oltre 2 metri di altezza, per cui non passavamo inosservati! Facevamo un bel muro e la gente incuriosita si è fermata e così siamo riusciti a vendere moltissime arance”.
Il tuo “approdo” a Giocare Insieme come è avvenuto? Quale sarà il tuo ruolo?
“Lavorare con i giovani mi è sempre piaciuto. Spero di poter suggerire anche agli altri delle cose piacevoli, raccontando loro le cose fortunate che ho vissuto quando ero giovane. Tutto nasce dalla conoscenza con Michele Mastellari perché abbiamo lavorato un anno insieme in Fortitudo. Dovevo seguire la squadra Juniores a livello scolastico, intrattenere rapporti con le famiglie, cercando di far maturare i ragazzi al di fuori del campo di basket. Ho sempre pensato che ci sia un doppio binario di miglioramento tattico-tecnico. Il primo si fa in campo, il secondo fuori. Una cosa che è sotto gli occhi di tutti: qualsiasi ragazzo o anche adulto abbia giocato, sa che se è calmo ed è tranquillo ha giocato bene. Se ha dei problemi con la famiglia o a causa della scuola, o per altri motivi, è più facile che giochi male. C’è sicuramente quindi un contatto tra le cose che si fanno in campo e quelle che si fanno fuori campo. E poi ci sono tante soluzioni per i miglioramenti: la curiosità di vedere quello che fanno gli altri, ad esempio. Ci sono metodi di rilassamento e di potenziamento che vanno al di fuori delle cose tradizionali che si fanno in campo. Filosofie orientali come lo yoga, che sono sempre interessanti da seguire. Il difficile è che ognuno deve seguire la propria strada, ovvero ciò che va bene per me può non andare bene per un altro, perciò credo che il mio compito sarà fondamentalmente quello di spingere i ragazzi ad essere curiosi”.
Per chiudere questa bella chiacchierata: la precisione in ambito sportivo come può essere esercitata, allenata?
“Se c’è una ricerca che ho svolto durante il mio lungo percorso nel mondo del basket è stata proprio questa. Quando uno inizia a giocare vuole subito fare canestro. Poi man mano vai avanti capisci che ci sono delle cose più belle, più importanti e più complicate che fare canestro. Però in giovane età, anche quando giochi con gli amici, se non fai canestro non ti chiamano. La ricerca principale era per me quella della precisione. Fin da giovane mi è venuto subito un dubbio: consideravo la precisione come qualcosa legato alla mira e al fatto di vederci bene. Invece mi sbagliavo. Il mio amico Tony Gennari, a cui ho accennato, non vedeva il punteggio sul tabellone e mi chiedeva ‘Renato a quanto siamo?’ e io gli dicevo ‘Tony, tu fai canestro, tiri da 8 metri e non riesci a vedere che siamo 78 a 74?’. Mi sono reso conto allora che non c’era un’equazione così diretta tra vederci bene e fare canestro. Così come tra avere buona mira e fare canestro. C’era qualcosa di diverso. Sono andato a rompere le scatole a tutti quelli che conoscevo che avevano come scopo la ricerca della precisione. Su tutti quelli che praticano lo sport della carabina, il tiro a segno. Mi hanno detto che c’è un muro nella precisione – loro fanno 5 serie da 50 tiri, per un totale di 250 tiri – che non riescono ad oltrepassare ed è a 240. Se si allenano di più tornano indietro perché c’è più stress, non ci si può allenare anche la domenica, ecc., per cui mi hanno convinto che per superare i propri limiti la precisione andava cercata nella precisione assoluta non in quella specifica, sportiva. Loro nel tirare al bersaglio e io nel fare canestro, cercando allora di allenare la precisione per la precisione. Per ricollegarsi alle filosofie orientali, tutto ciò si chiama olismo, dove ad esempio piegare la carta con precisione, abbottonarsi con precisione, o se vogliamo cucire con precisione, qualsiasi cosa fatta con precisione può portare a questo ulteriore miglioramento, che si ha giorno per giorno in campo. Fuori campo, quando si riesce a capire qualche cosa, si fa un gradino, si fanno dei progressi”.
Ascoltare Renato Albonico raccontarsi, seduta in sua compagnia davanti a una tazza di caffè in un “pomeriggio qualunque” nella mia città, da molto tempo ormai anche la sua città, Bologna, è stata una bella parentesi di arricchimento personale. Perché ho conosciuto una persona speciale, un uomo di grande spessore, con un’altra passione, e qui immagino la sorpresa di molti, quella per l’orientalismo, come l’arte dell’origami. Ma questa è tutta un’altra storia!

Francesca Domenichini

Logo_footer   
© 2015 - Giocare Insieme - Privacy

Seguici su:             

Progettazione e realizzazione sito web: Ideavale – Redazione: Michele Mastellari - Editing: Francesca Domenichini - Realizzazione logo Giocare Insieme : Maria della Rocca.
È garantita la corretta visualizzazione delle pagine del sito con i seguenti browser: IE9, IE10, IE11, Firefox,Safari, Chrome, Edge.